NASCE DALLA TRADIZIONE LA
MODERNITÀ DELLA SCULTURA LIGNEA
L’immagine coordinata e il graffito, ideati da Ernesto Mitri negli anni Cinquanta, sintetizzano ancora in modo efficace il lavoro della bottega Milan: dagli sportelli di una cassapanca si possono vedere sculture e figure cubiste stilizzate (Fig- 1). Ancora
adesso Roberto Milan con l’aiuto della figlia Elisabetta opera nel settore del restauro e in quello artistico, quello forse da lui preferito, in cui può meglio esprimere la sua personalità.
Eppure, è il primo ad ammetterlo, tra i due campi non c’è contrapposizione; è stata la grande abilità acquisita nel restaurare opere d’arte antiche a fargli apprendere le tecniche, i segreti, la scelta delle essenze, che usa per esprimersi a livello artistico.
Roberto Milan rappresenta bene l’arte della scultura lignea, strettamente legata alla tradizione artigianale. Poco abituato a parlare di sé e della sua opera, più abituato a fare che a parlare, è ritroso nel manifestare la sua sensibilità e nel proporsi, anche se molte sono le mostre e le esposizioni cui ha partecipato. Come nell’antica tradizione degli intagliatori quattro‑cinquecenteschi le sue opere si possono trovare nelle chiese e nelle collezioni pubbliche e private, piuttosto che nei musei.
Nato nel 1950, Roberto Milan è stato uno dei primi allievi dell’Istituto Statale d’Arte di Udine, istituito nel 1957 e in cui gli insegnanti erano artisti, prima che docenti. Un bassorilievo in gesso, tuttora conservato nella scuola, lo attesta allievo dello scultore Gianni Grimaldi, attento alla lezione di Dino Basaldella, dello scultore in legno Pino Mocchiut, del pittore materico Albino Lucatello, tutti operanti all’interno dell’Istituto. Accanto all’educazíone scolastica molto importante è stato tuttavía il ruolo della bottega paterna: il laboratorio era una scuola e la scuola un laboratorio.
La bottega del padre Pietro Milan (1914 - 1992) era frequentata da pittori e scultori come Max Piccini ed Ernesto Mitri diventando un punto di incontro tra gli artisti. Tutti i pittori facevano realizzare le cornici da Pietro Milan e pagavano spesso con un’opera d’arte, tanto che il laboratorio era diventato una specie di galleria d’arte, dove le opere si potevano scambiare e vendere.
Roberto Milan ricorda ancora come, con un po’ di furbizia, il padre lo addestrava al lavoro in modo che quasi non se ne accorgesse. Pietro Milan lasciava cadere intenzionalmente dei trucioli e dei pezzi di legno dalle opere che andava scolpendo e invitava il figlio a cercare il pezzo caduto per “errore”. Tale esercizio esercitava l’occhio e lo abituava a conoscere la forma e la materia.
Oltre all’educazione visiva, Roberto Milan aveva anche appreso e fatto sue le preziose conoscenze tecniche sulla scultura, la doratura, la patinatura imparando a diventare scultore facendo tesoro delle “esperienze, tecniche e sensibilità” apprese nella bottega paterna.

Fig-1 - Insegna del laboratorio, su disegno di Ernesto Mitri.
La bottega di Pietro Milan
Una bottega importante quella Milan, fondata negli anni Trenta dal padre Pietro, che aveva appreso il mestiere in un prestigioso laboratorio fiorentino per poi fondare a Udine una falegnameria, dapprima in via Chìsimaío e successivamente nell’attuale ubicazione di via San Domenico.
Negli anni Cinquanta Pietro Milari era divenuto uno degli artigiani più richiesti dagli artisti: era un periodo d’oro per l’artigianato artistico con il fiorire di esposizioni e mostre, come quelle di Tricesimo e della Casa Moderna di Udine, in cui i prodotti erano inseriti in ambienti decorati dai maggiori artisti del periodo da Fred Pittino ad Ernesto Mitri. Proprio quest’ultimo artista fu uno dei maggiori collaboratori di Pietro Milan eseguendo per lui parecchi disegni e progetti, che poi l’artigiano realizzava. Si trattava prevalentemente di pannelli decorativi a bassorilievo su legno di tiglio, poiché tale essenza aveva venature compatte, senza nodi e un colore chiaro, adatto ad essere dipinto e dorato.
Dopo avere eseguito l’intaglio si potevano dipingere alcune parti a tempera oppure all’anilina, indi si stendeva una vernice protettiva e si patíriava il tutto con terra d’ombra e cera, si pulivano le parti sporgenti per renderle più evidenti sul fondo scuro e far meglio risaltare le figure.
La collaborazione con Ernesto Mitri
Esiste ancora un elenco, stilato da Ernesto Mitri, di opere eseguite da Pietro Milan tra il 1950 e il 1958. Molti sono i pannelli a rilievo che costituivano decorazioni d’ambiente oppure potevano essere inseriti in cassepanche e mobili, a formare le sportelle dei mobili bar dalle sottili gambe a sciabola, tipici degli anni Cinquanta, o le ribaltine intarsiate o dipinte del mobili componibili “alla svedese”, spesso sorretti da elementi metallici. Nell’elenco Mítri nomina un “pannello per una cassapanca moderna con una figura centrale sdraiata” di gusto cubista, fotografata da Chino Ermacora. ‘ Un’altra cassapanca intagliata sul coperchio e sul pannello frontale non è stata invece individuata.
Un altro pannello non rintracciato è quello eseguito per una farmacia di Buia, non sono stati individuati i committenti delle figure allegoriche di Bacco Tabacco e Venere per un mobile bar e il “signore austriaco” che aveva commissionato un arredamento completato con due pannelli, uno per intarsio e uno per essere riprodotto su vetro. Piuttosto numerosi sono i disegni per mobili: si citano quelli per la famiglia Geinolotto, per la stessa famiglia Mitri e una camera da letto per la famiglia Spezzotti con “un particolare decorativo eseguito all’acquerello dell’arlecchino che decora un mobile”.
In questo periodo d’attività della bottega di Pietro Milan si distinguono gli arredi per locali pubblici.
Nel 1954 Pietro Milan esegui su disegno di Ernesto Mitri il pannello ligneo per l’osteria i Tre Musoni di via Marsala, dove tre facce caricaturali scolpite in legno formavano le spine delle botti di vino.Tra il 1959 e il 1960 Mitri disegnò i pannelli lignei intagliati da Pietro Milan per la Birreria Moretti di piazzale XXVI Luglio. Il rilievo raffigurante la divinità della birra riprendeva il primitivismo neoegizio caro al Mitri degli anni Trenta, mentre lo stile figurativo grottesco informava i due rilievi raffiguranti i buongustai della birra e quello della Baccanti, la tradizione carnica ispirava invece i gruppi delle maschere, scolpite in noce scuro .2 (figg.2‑3)
Un altro arredo prestigioso realizzato nel 1955 da Pietro Milan fu quello per la taverna di villa Spezzotti a Lignano, su progetto di Marcello D’Olivo. Per la taverna rotonda del pian terreno, ironicamente denominata “cambusa”, Ernesto Mitri disegnò, nel consueto stile figurativo, un pannello di legno di tiglio policromo raffigurante dei marinai con la scritta scherzosa “Chi guarda i nuvoli/non viaggia mai”. Nella villa dove Marcello D’Olivo chiamò a collaborare nella decorazione oltre a Ernesto Mitri anche Luciano Ceschia, autore del girasole esterno, la bottega Milan potrebbe aver avuto parte anche nell’esecuzione dell’arredo, strettamente integrato con la muratura ed eseguito su misura per potersi adattare ai volumi curvi.
Per un gioco del caso il pannello “marinaro” di casa Spezzotti si collega forse con quello navale, citato nell’inventario redatto da Ernesto Mitri. Fin dagli anni Trenta gli artigíani friulani avevano iniziato a eseguire arredi navali per i cantieri di Monfalcone, una tradizione praticata anche dal Laboratorio Milan e che vede eccellere il nome di Tranquillo Marangoni.
Nel 2004 Roberto Milan ha restaurato il pannello “La Principessa e il Trovatore” eseguito nel 1959 da Tranquillo Marangoni per lo scalone del salone passeggeri della motonave Stelvio, commissionata da Adriatica Navigazione ai cantieri di Monfalcone. Composta da diciotto moduli di tiglio cartellato su cui è stata incisa la narrazione, l’opera è stata recuperata in Giappone dalla nave posta in disarmo. Restaurato dalla ditta Milan a spese della Cassa di Risparmio di Gorizia, il pannello è stato collocato nel galleria d’arte moderna della città dei cantieri.
La tecnica dell’incisione su legno entrò così a far parte delle tradizioni artistiche della bottega. Furono eseguite così molte Via Crucis in cui le figure erano incise su superfici bidimensionali, mentre il solco era dorato per meglio far risaltare il disegno. Roberto Milan ricorda ancora quella eseguita su disegno di Ernesto Mitri per l’Oratorio della Purità in Udine.

Fig- 2 - I buongustai della birra, disegno di E. Mitri per la birreria Moretti, 1959.

Fig- 3 - Maschere, disegno di E. Mitri per la birreria Moretti, 1959.
Roberto Milan
Appena diplomato il giovane Roberto Milan si inserì dunque “naturalmente” nella attività della bottega paterna operando tra restauro e ispirazione artistica. La pratica del restauro ha permesso a Roberto Milan di imparare le tecniche originali delle varie epoche “gli effetti delle policromie, le patinature, le dorature, le terre, le cere, la gomma lacca”. Oltre alle tecniche Roberto Milan ha saputo ritrovare anche le essenze e i materiali antichi. Questi “segreti di bottega” costituiscono la base per lo sviluppo della sua vena artistica, dove meglio esprime la sua creatività.
L’espressione scultorea è l’attività preferita da Roberto Milan: come ha affermato in una intervista “adopero l’esperienza, la conoscenza per modellare e trasformare la materia… la passione e l’amore per il legno” per la scultura, che crea emozioni intime e sentite.
La scultura è per Roberto Milan una dimensione assolutamente personale in cui può rivelare in libertà la sua sensibilità estetica, che si esprime più con l’azione che con la parola. E’ infatti un artista schivo e ritroso, da sempre faticosamente impegnato tra il laboratorio di restauro e l’attività artistica, il proporsi in pubblico gli causa ansia. Le sue donne, la moglie Rosanna e la figlia Elisabetta parlano per lui, illustrano le opere, fanno da filtro con il visitatore curioso, e forse invadente, del laboratorio. Questo a sua volta è come un porto di mare, accoglie, si riempie e si svuota ritmicamente di opere d’arte.
Forse è proprio questa dimensione del silenzioso operare nella tradizionale dimensione familiare del laboratorio, che apparenta Roberto Milan alla scuola degli intagliatori tolmezzini, un paragone talora abusato dai critici.
Le sue forme sculture hanno infatti forme modernissime, anche se la sequenza delle mostre e le cronologie dei premi e delle sculture è affidata more antiquo alla tradizione orale, introducendo una dimensione affabulatoria. Eppure, a ben vedere, nell’opera di Roberto Milan si può vedere un preciso iter stilistico, che intendo delineare in questo intervento.
I pannelli figurativi
All’inizio della sua attività Roberto Milan si adegua alla tradizione “figurativa e grottesca” dei pannelli decorativi che il padre Pietro intagliava. Eseguiti su committenza privata e pubblica, erano usati per decorare bar e ritrovi, né è da dimenticare che negli anni Sessanta le esposizioni come quelle della Casa Moderna offrivano spazi riservati all’arte in una prospettiva non solo artistica, ma anche commerciale, legata al settore dell’arredamento.
All’inizio Roberto Milan ha aderito a quello stile figurativo grottesco, che il padre Pietro aveva elaborato insieme ad artisti come Ernesto Mitri e Fred Pittino. Su committenze a carattere decorativo ha imparato a scolpire figure caricaturali, come i marinai o una serie di re e regine, rappresentati come carte da gioco. L’artista di oggi non attribuisce molta importanza a questa produzione, che però si inserisce nel gusto figurativo degli anni Cinquanta e gli ha offerto l’opportunità di riproporre in forme moderne la tecnica della doratura a foglia d’oro.
Nel 1972 Roberto Milan è colpito dall’integrazione tra spazio e scultura, colta nella grande mostra di Henry Moore, svoltasi a Firenze e, nei primi anni Ottanta, abbandona la figurazione per le “forme libere nello spazio”, elementi torniti e levigati con concavità armoniche che apparentano le sculture alle opere di Gianni Grimaldi, forme sinuose lisciate con virtuosismo ai limiti degli spessori consentiti dalla materia.
Negli anni Settanta, Roberto Milan entra a far parte del Centro Friulano d’Arti Plastiche partecipando alla 2 INTART del 1978 nelle città di Udine, Lubiana e Klagenfurt, esponendo poi alla collettiva del 1979 accostamenti di elementi torniti e tondeggianti.
Un’interpretazione dell’Espressionismo
Successivamente l’artista ha reso più essenziali le figure, eliminando tutti i particolari decorativi e avvicinandosi alla scultura di Ernst Barlach, scultore e incisore espressionista, attratto dalla semplicità dell’arte primitiva e attento all’interpretazione religiosa delle istanze sociali del movimento tedesco.
Milan nelle drammatiche figure de Le donne dei pescatori e nella Pietà ne riprende le tensioni delle linee oblique e si riallaccia alla drammaticità dell’espressione emotiva gotica, che sembra immanente alla scultura lignea. Le sculture a tutto tondo, come la Donna con bambino riprendono le dislocazioni angolari di Barlach e mostrano una notevole e drammatica capacità di sintesi.
Come scrive Luciano Perissinotto, la figura è racchiusa in un manto che, senza cancellarla, avvolge l’anatomia: fuoriescono soltanto il volto, costruito per volumi evidenziati da ombre profonde, e le mani, rattrappite dal quotidiano duro impatto con la realtà della vita”. In queste figure sulla falsariga della scultura gotica, è voluto ritornare alla tecnica tradizionale della modellazione del legno con la sgorbia e i colpi di scalpello, che forniscono un contatto diretto con la materia.
Il Cristo della ricostruita chiesa di Flagogna esprime nel 1980 la drammatica ricerca della essenzialità svolta da Roberto Milan, che sembra ricavare le sue figure dalla biforcazione di un ramo.
Nel 1985 l’essenzialità espressionista delle figure viene applicata da Milan in un altorilievo, che racconta l’incidente aereo in cui uno dei soccorritori del terremoto, l’elicotterista canadese Ronald George Me Bride, rimase vittima.
Il rilievo gli fu commissionato dalla Camera di Commercio di Udine e fu donato nel 1985 alla base aerea di Downsview in Canada in ricordo dell’aviatore scomparso.” Il pannello nell’intento narrativo riprende la tradizione della bottega, ma è scolpito con una nuova ricerca di sintesi maturata dalla ricerca espressionista.
I pannelli figurativi costituiscono quasi una sigla caratteristica della bottega e sono richiesti dalla committenza per la comprensibilità dei soggetti che si adattano alle esigenze decorative. Ne sono stati eseguiti molti per aziende vinicole, enoteche e ristoranti poiché riescono a combinare la tradizione rusticana dell’intaglio ligneo con modelli artistici colti, come quello di levità botticelliana per l’azienda La Viarte a Prepotto dove Milan scolpisce una figura femminile tra tralci di vite, fichi e melograni.
Non mancano neppure le applicazioni del genere all’arte a soggetto religioso, come si può notare nel paliotto dell’altare per la cappella privata dell’arcivescovo di Udine, raffigurante una drammatica Deposizione.
Nel segno della modernità
Negli anni Novanta Roberto Milan avvia un profondo mutamento nella scultura: abbandona l’aspetto figurativo per recuperare a livello formale la specificità del legno seguendone le venature, usando in funzione espressiva le sbozzature dello scalpello e le linee della sgorbia, che incidono il legno tanto che la luce “illumina e accende le concavità e le convessità” del materiale.
Ne è esempio nel 1990 il grande pannello ligneo, esposto nello stand dell’ESA a margine della grande mostra sui Longobardi nell’intento di far rielaborare agli artigiani friulani i motivi dell’arte longobarda. Il pannello di notevoli dimensioni (m. 3.40 x 1) rappresenta una carica di cavalieri longobardi che sovrapponendo cavalli, scudi, lance ed elmi suggeriscono un ritmico avanzare.
Il senso del ritmo esaltato dai chiaroscuri generati dai sottosquadri delle linee curve e dalle superfici scalpellate è il fine dell’artista, ormai svincolato dai contenuti narrativi. Il pannello, acquistato dalla Regione Friuli Venezia Giulia ed esposto negli uffici di via Uccellis a Udine, mostra una libera interpretazione della lezione di Mario Ceroli, facendo aderire al fondo le sagome che ricordano le torniture delle sculture anni Settanta.”
Ormai l’artista procede per cicli artistici indagando in ognuno tutte le potenzialità offerte dal soggetto e riversando le abilità acquisite nelle sperimentazioni successive.
Motivi solari
Gli anni Novanta sono il periodo dei “soli” esposti con successo a Francoforte, Milano, Firenze, Toronto, Montreal. Per il Centro servizi della Camera di Commercio, Roberto Milan idea un grande pannello (m.3.50) dalla struttura asimmetrica, il cui fulcro è caratterizzato da un sole a settori circolari da cui si staccano e si modulano, come linee di fuga, i particolari dei raggi che si dipartono dinamicamente. Secondo l’autore le loro traiettorie esprimono il dinamismo e la volontà di farsi strada delle aziende friulane: tra i raggi si individuano infatti i marchi del Made in Friuli e dell’Europa come se l’energia solare fosse proiettata verso l’estero e il futuro.
Questo modo simbolico di esprimersi è tradizionale della scultura lignea, dove i marchi, i punzoni, i monogrammi sono spesso usati quasi simboli di bottega. La superficie diventa tormentosa, profondamente incisa da traiettorie profondamente incise e da segni paralleli tracciati con sgorbia e scalpello, che sembrano l’equivalente scultoreo delle pennellate dell’informale materico, cui Roberto Milan sembra accostarsi. Il fitto scaglionamento dei piani, che si combinano tra loro in modo sempre più complesso, viene esaltato dal patinatura dorata, che modula la luce.
La doratura non è massiccia, ma deve sembrare abrasa per rendere il senso di trasparenza. A quanto afferma l’artefice “il legno non deve essere coperto, ma solo impreziosito con l’oro” in modo che la luce evidenzi la serie delle varianti del soggetto trattato.
Il motivo del cerchio costruito con settori, che slittano con dislocazioni spaziali, trova indubbi modelli nell’arte di Luciano Ceschia dove la forma circolare non significa equilibrio, ma diviene il fulcro di una dramma materico. Milan esaspera il gioco della materia non solo con i colpi di sgorbia, ma anche con l’inclusione a forza nel legno di elementi metallici di bronzo, come nel disco esposto alla rassegna antologica del Cfap nel 1996, nel tondo violato da un cuneo d’acciaio premiato a Sistiana nel 1997, nella serie “Tenace resistenza” (1998) esposta nella sala della Contadinanza in Castello nel 2000 e nella recente scultura a tutto tondo eseguita per la nave da crociera Coral Princess, allestita nei cantieri di Monfalcone. (Fig-4)
Fig- 4 - Tenace resistenza, legno di tiglio e bronzo, 1997.
Qui la componente simbolico della scultura di Milan si fa sempre più evidente: il legno è aggredito e perforato, “violentato” dal metallo, quasi una metafora della umanità aggredita dalla violenza, ma nel contempo la materia organica ingloba l’intrusione metallica del ferro e bronzo riconducendola di nuovo a una situazione di equilibrio.
Secondo Roberto Milan il legno simboleggia la terra, cioè l’uomo e la sua umanità, il ferro esprime con la sua rigidità l’idea della violenza e della forza, il bronzo simboleggia i valori positivi del fuoco e dell’energia. L’azzurro, usato nelle patinature di alcune superfici, è il colore amato dall’artista, suggerisce il colore dell’acqua e dello spazio, esprime tutto ciò che è infinito e incontenibile, come mare e cielo.
Totem ed obelischi
Oltre ai soli, negli anni Novanta Roberto Milan è attratto dal totem, tiri altro tema di ricerca caro alla scultura contemporanea da Mirko e Dino Basaldella a Luciano Cerchia e Giancarlo Ermacora. Le prime sculture totemiche esposte alla Alaison d’Italie della Città universitaria di Parigi risentono ancora delle forme assemblate di Dino Basaldella, in cui però le lamine metalliche sono sostituite da assemblaggi di elementi lignei dalle superfici tormentate, patinate in azzurro e verderame, assemblate con perni e chiodi, tenuti volutamente in evidenza.
Nella mostra organizzata dal circolo Il Faro di Cortale nel 1997 le corrugate superfici si dispongono ad ampie vele concave con risultati riconducibili all’inventiva informale di Umberto Milani. Dal 1998 i totem si fanno squadrati e spigolosi a ricordare i tronchi di legno, talora le strutture si inflettono all’esterno e nel contempo sono scavate all’interno, talora con superfici precise altre volte in modo irregolare, evidenziato dalla patinatura per dare l’idea della corrosione.
Tutti i totem presentano incastri o intrusioni di metallo o di vetro di Murano, partecipando di quella fase materico informale che caratterizza l’attuale fase artistica di Roberto Milan, anche se nelle strutture verticali si avverte una spinta strutturale e costruttivista legata alla progettualità concettuale degli anni Ottanta. Introspezione, Dolce incastro, Cosiante tensione, Discreta flessione sono i nomi di queste opere in tiglio e cedro canadese in cui il legno riafferma la forza vitale nella contrapposizione di chiodi di ferro che penetrano, ma non vincono le sue fibre.
Nell’unione del legno con la trasparenza blu del vetro di Murano, Roberto Milan vuole riaffermare la vitalità del legno che tagliato distilla lacrime di resina, suggerite dalla trasparenza delle ampolle di vetro. Alle strutture verticali fessurate sono abbinate lucide sfere bronzee, anch’esse tagliate a metà, le cui lucide e dure superfici metalliche si contrappongono alle modulate venature del legno patinato. I totem e gli obelischi di Milan furono esposti nel 2002 al Kursaal di Jesolo e i pannelli di policarbonato azzurro, le gocce di vetro e le sbarrette di vetro sono stati interpretati da Licio Damiani, come “sublimazione del dramma, la spiritualizzazione di brutali tensioni, un approdo di quiete e di virginale bellezza”. (figg. 5‑6‑7)
Con diversi materiali si possono ottenere in numeri varianti e combinazioni. Dai totem lo scultore elabora le croci, esposte nella chiesa di San Francesco di Cividale nel 2002; la struttura della croce è vuota, occupata da vetro trasparente, simbolo dello spirito, entro cui i chiodi non penetrano, poiché lo spirito non può essere intaccato dalla materia.
A queste strutture totemiche si può avvicinare anche il portacero pasquale del Duomo di Udine, in cui Milan recupera strutture barocche che si alzano verso il cielo creando una fessura che fa vedere il cero all’interno. L’opera si doveva inserire nell’arredo del presbiterio ideato da Luciano Ceschia, problema che Milan ha risolto richiamandosi allo scultore tarcentino nel basamento per poi inventare una struttura più personale.

Fig- 5 - Introspezione, legno di tiglio, policarbonato e ferro, 1998.

Fig- 6 - Discreta flessione, legno di tiglio e vetro di Murano, 1998.
Una scultura informale e materica
Nella esposizione di Villa De Brandis di San Giovanni al Natisone (1997) e in una mostra itinerante di scultura lignea organizzata dall’Associazione Villanova di Sassari (1999) Roberto Milan presenta una serie di pannelli di legno rettangolari scavati, scalfiti e fessurati da tagli alla Fontana, modellati da colpi di sgorbia regolari, rifiniti con delicate patinature.
All’interno delle fessurazioni o nelle fibre del legno sono inseriti materiali metallici che simulano l’attacco della materia fredda al legno “caldo e vivo”, che oppone una tenace resistenza. Le superfici dei pannelli sono intagliate su più piani tra un brulicare di segni e di venature. Nel pannello che rappresentava la regione Friuli Venezia Giulia nella mostra itinerante finanziata dalla Comunità Europea, Milan ha rappresentato in diagonale una sorta di incavo a parabola in cui sfere metalliche simboleggiano la vita che nasce, matura e si spegne. (Fig- 8)
Anche nelle nuove forme materiche, Roberto Milan afferma che il restauro degli altari barocchi gli ha insegnato a rispettare la plasticità del legno e l’uso discreto della patinatura dorata.
Con la serie di pannelli Individualità si inaugura la commistione tra legno e fusioni metalliche, “concrezioni allo stato di fusione magmatica” tipiche dell’ultimo periodo. (Fig-9) Terra e fuoco le chiama l’artista poiché il legno, simbolo della terra, si combina, incorniciandole, con le fusioni in bronzo, il fuoco. Il legno e il bronzo creano una esplosione materica che simboleggia la creazione: il legno simboleggia la terra e la fusione il fuoco, l’energia, la luce.
C’è in questo ragionamento una connessione agli elementi primari della vita: aria, fuoco, acqua, terra. Questi interessi filosofici, si spiegano con il profondo interesse per gli aspetti simbolici dell’arte, che un artista introspettivo e tormentato come Roberto Milan si pone, ricercando le motivazioni profonde del suo fare arte.
La tecnica si presenta complessa: il bronzo è colato sulla terra refrattaria e al contatto si crea una esplosione materica, ricca di sgocciolature apparentemente casuali, ma che sempre sono controllate dall’autore. La parte metallica centrale è poi fissata in una concavità del pannello ligneo, scelto tra le essenze compatte di tiglio e di cirmolo. Dopo aver stagionato ed evaporato il legno, Milan lo lavora con sgorbia e mazzuolo per adattare le fibre del legno alla parte bronzea centrale, che ne viene così incorniciata.
C’è in questo procedimento un richiamo alla fusione per stampo diretto, uno dei metodi più arcaici di fusione: sulla matrice di sabbia pressata, che conferisce al metallo un a superficie rugosa, si cola il bronzo che prende un aspetto irregolare adattandosi all’espressività informale. Una tecnica usata dal pittore scultore Umberto Milani e praticata da pochi artisti. Si potrebbe avanzare il nome di Dušan Dzamonja nell’uso di una dialettica artistica che mescola legno, vetro, plastica chiodi contrapponendo la struttura levigata di queste superfici con la scabra struttura del legno.
Terra e Fuoco hanno rappresentato l’Italia al Quinto Incontro centro europeo nel Castello di Udine a riprova dell’originalità della loro impostazione materica.

Fig- 7 - Essenza, legno di tiglio, vetro di Murano e bronzo, 2000.

Fig- 8 - Percorso terreno, legno di tiglio e bronzo, 1998.

Fig- 9 - Individualità, legno di tiglio e bronzo, 1998.
Dalla terra e dal fuoco... gli altari
Nell’opera di Milan i pannelli si trasformano in paliotti d’altare e amboni: all’interno una fusione circolare in bronzo, che ricorda la struttura dei soli irraggianti energia, all’esterno una cornice di legno. (Fig- 10)
Sono proprio queste le opere esposte nel palazzo Arcivescovile di Udine, scelte anche per il loro significato simbolico, che allude all’esplosione della creazione, che partendo dal nucleo metallico si placa, si diffonde e permea la realtà. Tutto ciò è rappresentato lavorando le superfici lignee con lamine d’oro che amplificano il movimento, grazie alla riflessione della luce.
Roberto Milan infatti è consapevole del significato simbolico dell’altare posto al centro della chiesa e vuole dare dignità artistica a questo arredo, che spesso è povero e mal sostituisce gli antichi e fastosi altari a muro preconciliari. Amboni e altari non hanno, come scrive Pcrissínotto, ostentate preziosità di dettagli, ma costituiscono con le loro superfici lavorate e patinate d’oro centri di luce, costituendo il fulcro di attenzione per il fedele che entra in chiesa.
In alcuni paliotti il centro è costituito da dischi lucidi come soli, ad esempio nella chiesa di Santa Maria Assunta di Manzano, altrove l’inserto metallico mantiene le gocciolature della fusione. Questo tipo di opere traducono in scultura i suggerimenti della pittura informale materica, quasi un dripping, bloccato in una concezione della scultura in cui i diversi materiali, oro, bronzo, legno, contrastano tra loro e si accendono di riflessioni dorate. Negli arredi per la chiesa del Sacro Cuore di Udine, la croce del paliotto dell’altare, formata dai tagli, diventa la fonte di energia e tramite la modellazione delle superfici lignee si protrude all’infuori suscitando gli effetti spaziali dei tagli di Fontana. (Fig- 11)
Secondo la lettura di Luciano Perissinotto, la fenditura a croce evoca le caratteristiche di una ferita aperta e l’ombra che vi si annida, in contrapposizione alla luminosità del paliotto dorato, evoca il buio del sacrificio contrapposto alla luce della Resurrezione.
L’ambone è caratterizzato invece da una struttura asimmetrica, che riprende la struttura del sole da cui si diffonde la parola di Dio, paragonata alla luce del sole. Il complesso è completato da una croce dorata, che contorna il buio del motivo a croce realizzato al centro dell’opera, che richiama, semplificandole e slabbrandone i contorni, quelle esposte a Cividale nel 2000.
Dal 2002 i bassorilievi Terra e fuoco costituiscono la nuova sperimentazione artistica dell’artista in innumerevoli varianti che vanno sempre più orientandosi verso la tridimensionalità: i piani si inarcano e si proiettano all’esterno grazie ai tagli spaziali, le superfici sono erose e graffite. In alcune sperimentazioni i pannelli sono disposti in sequenze ritmiche in modo da offrire sempre nuove combinazioni visive. Talora le superfici delle opere sono lavorate in maniera differente in modo che l’opera cambia forma a seconda della prospettiva.
Roberto Milan ha saputo mettere a frutto la sua esperienza materia del legno in forme nuove ed attuali, che hanno rinnovato anche l’arte a soggetto religioso con una ricerca lunga e tormentata, che non lo soddisfa mai e costituisce sempre il punto di partenza per una scultura più innovativa.
Gabriella Bucco