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sabato 24 aprile 2010
Critica di Vito Sutto dal catalogo "Il sasso e la sabbia"
By portalhost @ 3.16 :: 101 Views :: 0 Comments :: Article Rating
 

Renato Toso testimonia la sabbia. La sabbia del deserto nel quale il popolo d'Israele cammina indomito e fiducioso, per ritrovare la terra promessa.

Una figurazione e una tensione che evidenziano una spiritualità e una storicità biblica, ma in senso più lato, una simbologia dell'uomo in viaggio perenne verso il suo domani a scoprire la sua identità e il suo destino, le sue pause e il suo cammino.

In questa luce possiamo leggere le recenti opere di Renato Toso e il suo personale percorso nella sabbia del suo tempo, del nostro tempo, travolgente e immobile.

Autore di paesaggi dilatati nello spazio quasi immisurabili, disegnatore raffinato, quasi antico, poeto di figure che sono cariche di profonda umanità, trasudante da una pennellata ampia e generosa, in questi ultimi due anni Renato Toso sottende il definito, esulta nel realismo, coniuga il rapporto spazio colore, ma soprattutto richiama il dramma dell'uomo e della sua spasmodica ricerca della verità.

Tra gli esempi in questa direzione potremmo sottolineare quella drammaticità figurale offerta dalla gestualità delle mani, dalle bocche aperte che squarciano grida al cielo, rabbia e solitudine del popolo d'Israele nel deserto dove alimentano speranze la manna e l'amore, ma incutono interrogativi la sabbia, la marcia, la paura.

Sullo sviluppo di queste tematiche l'opera di Toso si misura con i precedenti risultati superandoli e stravolgendoli. Su questo tema del dolore Toso sperimenta un disegno e un cromatismo che suggeriscono l'immagine di un profondo mutamento interiore avvenuto.

Incline alla narrazione, superando la sua stessa natura, Renato Toso diventa superbo cantore di drammi sociali e storici. L'Esodo biblico di Israele così si trasforma nella fuga miseranda e senza speranza dal Kosovo.

In questo quadro si agita un fondale rosso infuocato, le bombe, la morte e il sangue narrano la dimensione dei cromatismi vicini al rosso; le figure sulla scena appaiono nella loro disperazione e nella nobiltà surreale.

Braccia che si levano, corri che stridono, madri che abbracciano i figli... le figure in primo piano pronunciate sul fondo evanescenti, quasi ombre o fantasmi, bianche nella tempestosa congestione di una fuga.

Nei volti la drammaticità e il dolore, ma la coralità, l'insieme, i gruppi, gli abbozzi di corpi contorti, richiamano lo pesante verità di una travolgente attualità del messaggio e del racconto. Tra questa figurazione e le tele di richiamo biblico corre una differenza: qui il pittore ricerca disperatamente la sicurezza nella linea che sembra avere perduto dopo le rassicuranti pagine dell'Esodo.

In quelle figure il passo faticoso era deciso, sicuro e fiducioso, in queste il moto è incerto e confuso, come se una drammatica Babilonia incombesse su un domani sgomento e interrogativo. La stagione dei paesaggi ecco si allontana maggiormente dalla coscienza dell'autore, il suo passo incede in un respiro esistenziale che assapora e traduce le grandi tematiche dell'io nella storia.

Vito Sutto

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