I shall always share the sentiments of the old masters. Those seeking new trends in the field of art only find themselves groping in the dark" ( Seguirò sempre le convinzioni degli antichi maestri. Essi indicavano nuove direttive nel campo dell'arte solo cercando se stessi brancolando nel buio).
Con queste parole Lajos Markos era solito siglare il frontespizio dei cataloghi che accompagnavano le sue esposizioni in Italia e all'estero.
Si tratta di un'asserzione perentoria che, con limpida chiarezza, traduce la poetica di un autore il cui percorso artistico si è svolto sempre all'insegna di un consapevole ossequio alla tradizione pittorica del passato, unico punto di riferimento per chi voglia avventurarsi nel difficile mondo dell'arte.
Un ossequio, però, che non deve consistere tanto in una pedissequa imitazione di stile o di contenuti, quanto piuttosto nella comprensione profonda di una ricerca interiore che è, prima di ogni altra cosa, perfezionamento continuo ed individuale sulla strada della propria, personale affermazione espressiva.
Un chiarimento, a questo punto è d'obbligo: la tradizione di cui parla Markos, infatti, deve essere intesa in un'accezione ristretta rispetto al significato che comunemente le si attribuisce e tale da fissare i suoi limiti cronologici alle soglie del Novecento, prima dell'irrompere delle avanguardie sulla scena artistica internazionale.
A partire da quel momento la fortuna degli "antichi i maestri", conosciuti spesso in maniera assai superficiale nelle sale polverose dei musei o nelle spoglie aule accademiche, conobbe un lento declino che ne fece ben presto, in ambito artistico, un sinonimo di passatismo e di conservatorismo ad oltranza.
Non è questo il luogo per discutere di un fraintendimento che in sede critica ha voluto spesso vedere ingiustamente la tradizione nemica inconciliabile della modernità figurativa - basti pensare all'influenza esercitata da un pittore come El Greco sul giovane Picasso quel che qui conta, seminai, è sottolineare come i movimenti artistici d'avanguardia abbiano operato una profonda rottura con il passato nei termini del rapporto che fino ad allora aveva legato la visione e l'immagine di quest'ultima con la realtà concreta.
Abbandonati i consueti schemi percettivi che nella prospettiva rinascimentale avevano trovato la loro più completa espressione, le avanguardie hanno privilegiato nuovi sistemi di rappresentazione che non implicano una corrispondenza diretta con il reale e prevedono invece una rielaborazione intellettuale dell'immagine e della sua raffigurazione.
Accanto a questa linea di tendenza che ha percorso con successo tutto il Novecento va rilevato, nella stessa epoca, la persistenza di correnti artistiche che hanno sempre guardato con diffidenza al codici comunicativi dell'avanguardia ritenuti inautentici e poco adatti ad esprimere l'intensa e variegata armonia dell'esistenza.
È la posizione condivisa da tutti coloro che sono rimasti legati ad una concezione essenzialmente romantica e naturalistica dell'arte, pesante eredità ottocentesca che nel manifestarsi del genio individuale e nell'adesione sincera di contenuti e tecniche al reale sensibilmente esperito ha trovato il suo punto di forza e la stia stessa ragion d'essere.
Non si tratta qui di attribuire il crisma della modernità espressiva all'una o all'altra corrente di pensiero - compito che la storia ha già degnamente assolto - quanto piuttosto di rilevare la presenza di linguaggi artistici tra loro assai differenti, ma ugualmente vitali e detentori entrambi del diritto di cittadinanza artistica nel Novecento grazie all'esistenza di un gusto e di una committenza ad essi collegati tanto da garantirne un'onesta sopravvivenza.
Il fatto che certo realismo di marca ottocentesca si sia prolungato nel secolo successivo determina la necessità, per chi se ne voglia occupare oggi, di calibrare il proprio metro di giudizio su valori estetici che non appartengono alla stretta contemporaneità, ma che discendono da canoni valutativi del passato affinché il quadro critico che ne deriva conservi la sua coerenza interna pur nella corretta prospettiva storica.
Realismo, naturalismo, caratteristico" e "pittoresco" saranno, dunque, le categorie estetiche che bisognerà rispolverare per contestualizzare l'opera di artisti rimasti consapevolmente sordi ai richiami delle avanguardie, ma che pure lavorarono per soddisfare il gusto di quanti a loro si rivolgevano per acquistare prodotti artistici che fossero fedeli riproduzioni del reale.
Un gusto, questo, che fu coltivato pazientemente mediante l'uso virtuoso delle tecniche, l'eleganza accattivante dello stile, l'elaborazione idealizzata della visione prima e dell'immagine poi e la cui lunga fortuna presso il pubblico fu spesso alimentata dalla connivenza degli insegnamenti accademici.
Lajos Markos seppe conquistarsi la padronanza assoluta di questi tre aspetti attraverso l'affinamento continuo del proprio linguaggio espressivo e un rigoroso tirocinio compiuto all'ombra dell'Accademia di Belle Arri di Budapest dove, giovanissimo, si era iscritto per frequentarvi i corsi di Gyula Rudnay.
Quest'ultimo, pittore di figura e di paesaggio, nonché ritrattista di merito, aveva compiuto la sua formazione presso lo studio monacense di Hollosy nell'ambito di un onesto realismo figurativo, aveva soggiornato a Roma e Parigi riportando in patria una solida preparazione tecnica e un'ampia cultura figurativa modellata su di un codice espressivo di marca piuttosto convenzionale.
Negli anni Trenta del Novecento aveva partecipato a numerose edizioni della Biennale veneziana venendo insignito anche di alcuni premi e lasciando, a quanto pare, nella Galleria Internazionale d'Arte Moderna della città lagunare un suo Corteo di Nozze.
È abbastanza probabile che Markos abbia mutuato dal suo maestro quel fare largo e robusto che caratterizza le sue prime opere conosciute, firmate e datate al 1941 e conservate in due diverse collezioni private udinesi.
Entrambe le composizioni si attestano sul recupero di tematiche legate alla vita quotidiana e al mondo contadino della terra natia a cui l'artista rimase sempre sentimentalmente legato e a cui si ispirò spesso anche molti anni dopo il suo definitivo trasferimento negli Stati Uniti.
I soggetti si rifanno esplicitamente al repertorio del quadro di genere in cui gli abiti e le acconciature delle figure ritratte divengono il pretesto per accentuare l'aspetto pittorico e pittoresco dell'immagine giocata sul risalto del contrasto luministico del colore rispetto ai toni generalmente scuri dell'ambientazione.
La resa della luce, soprattutto nel Contadini in festa, pare particolarmente curata, orchestrata com'è sull'accentuato chiaroscuro che a tratti pare echeggiare l'ammirazione per Caravaggio da parte di un giovane artista appena uscito dalle aule accademiche. Il colore steso in larghe pennellate, le solide volumetrie formali dei personaggi ritratti con somma caratterizzazione dei volti, la perizia denotata nella ricostruzione spaziale della composizione sono gli aspetti più rimarchevoli di questi dipinti e forse quegli stessi che valsero a Markos il prestigioso riconoscimento del premio nazionale ungherese "Zrinyi", attribuitogli nel 1942.
Erano gli anni difficili della seconda guerra mondiale, quelli che videro il pittore ungherese impegnato sul fronte per ritrarre, su conimissione del Museo di Storia della sua città natale, gli episodi salienti del conflitto.
Fu in quell'occasione che, catturato dalle truppe alleate, Markos venne rinchiuso in un campo di prigionia in Austria da cui scappò, nel 1944, mettendo a segno una rocambolesca fuga che gli consentì di raggiungere il Friuli e di trovare asilo presso la villa del conte Germanico Del Torso a Tissano di Santa Maria La Longa.
Grazie alla benevolenza e alla generosità del suo ospite, l'artista ebbe modo di riprendere a dipingere per il comando inglese stabilitosi a pochi chilometri di distanza - noto è il dipinto che egli eseguì per il Maresciallo Montgomery e che oggi, si trova in Inghilterra - e per una improvvisata committenza locale. Furono anni di fatica e di magre soddisfazioni che lo videro soggiornare per qualche tempo a Palmanova e poi a S. Daniele del Friuli.
In questo periodo i rapporti di lavoro e di amicizia in terra friulana si consolidarono a tal punto da lasciare un segno profondo nell'animo del pittore che sempre mantenne con il Friuli un legame sentimentale privilegiato, rinsaldato, in seguito dal matrimonio con la giovane soprano friulana Maria Madrisotti incontrata a Milano, dove Markos tenne aperto uno studio per qualche tempo nell'immediato dopoguerra.
A quest'epoca risale una serie di dipinti, rintracciati in occasione della presente esposizione, che testimonia degli sviluppi artistici conseguiti dal pittore a contatto con la tradizione figurativa italiana, da lui tanto amata. Si colloca cronologicamente al termine degli anni Quaranta il Ritratto di Renza Pian caratterizzato da tonalità schiarite rispetto ai dipinti di poco precedenti e da una notevole resa psicologica ed espressiva che il colpeggiare sicuro della pennellata cattura nel lievi passaggi chiaroscurali del volto.
Le gamme cromatiche affocate permangono, invece, nelle opere di grandi dimensioni che Markos ebbe modo di realizzare intorno al 1950 per alcuni committenti locali e che oggi si trovano conservate in diverse collezioni private friulane.
Tele come Il traino o In cucina rimangono ancora orchestrate sulle sinfonie tonali dei grigi, degli ocra, dei verdi appena rialzati da sapienti colpi di luce e dall'introduzione di oggetti o elementi vivacemente colorati all'interno della composizione a farne il fulcro visivo della rappresentazione.
Le forme, che non hanno perso la propria reale consistenza, appaiono individuate da improvvisi fasci luminosi provenienti da fonti ben localizzate - una finestra laterale, un paralume, il riverbero del fuoco - che illuminano la scena come se si trattasse dei riflettori di un palcoscenico sul quale Markos fa agire i protagonisti dei suoi dipinti a narrare gli eventi più semplici e comuni dell'esistenza umana.
Agli inizi del 1952 il pittore decise di trasferirsi negli Stati Uniti, giunse così a New York dove incontrò non poche difficoltà iniziali, superate grazie alle indubitabili capacità ritrattistiche che gli acquistarono, ben presto, fama e notorietà in ambito artistico, soprattutto dopo il definitivo trasferimento a Houston, nel Texas.
In questi anni l'artista si dedicò anche all'insegnamento in una scuola di pittura e realizzò alcuni filmati didattici per la televisione americana. Questa attività gli assicurò un notevole successo tanto da spalancargli le porte del mondo politico, culturale e cinematografico statunitense.
Nel 1962, infatti, Markos fu chiamato a realizzare il Ritratto di Robert Kennedy in vesti presidenziali. Di ciò rimane testimonianza anche in un dipinto oggi conservato in collezione privata friulana ed eseguito dallo stesso Markos quale modello su cui lavorare per l'esecuzione dell'originale che tempi troppo lunghi di posa avrebbe richiesto all'illustre soggetto.
L'opera è contraddistinta da una pennellata sciolta e compendiaria che riassume, in brevi tocchi di luce, la forma e i volumi pur senza rinunciare ad una definizione grafica degli stessi.
Tale tendenza andrà accentuandosi nei dipinti successivi attingendo a risultati di alto lirismo come nel Ritratto di Pablo Casals del 1963 in cui la figura del celebre violinista emerge dal fondo della tela appena abbozzata per culminare nel volto assorto dell'effigiato, individuato da sapienti passaggi chiaroscurali, tocchi di luce improvvisi, impasti cromatici caldi, ravvivati da colpi di colore più intenso e usato quasi allo stato puro.
L'evoluzione stilistica che è possibile cogliere a monte di immagini come queste a cui si è fatto cenno può essere in parte ricondotta all'incondizionata ammirazione che Markos non mancò mai di tributare alla tradizione artistica italiana.
Nell'ottica del pittore ungherese quest'ultima, però, si arrestava a Mancini e Segantini, estremi rappresentanti di una cultura figurativa insuperata. In una intervista rilasciata ad una testata locale alla fine degli anni Sessanta egli ebbe a rammaricarsi dell'oblio in cui versava da tempo la memoria di un autore come Segantini, lamentando che "dopo di lui anche in Italia c'è il vuoto assoluto.
In Francia la pittura non è mai esistita, checché se ne dica. Renuar e Russo [sic!] dipingono come pensionati; Gauguin e Van Gogh suno dei semplici pazzi. Se al Louvre si togliessero i dipinti italiani, il celebre museo diventerebbe un sottoscala pieno di cianfrusaglie". E proprio una lontana eco del divisionismo segantiniano pare di poter cogliere nelle tele di Markos costruite, a partire almeno dagli anni Sessanta, a suon di pennellate guizzanti e sfrangiate che si ricompongono appena sul volto del ritrattato per descriverne, con rinnovata attenzione, i tratti caratterizzanti.
Gli aspetti della pittura dell'artista ungherese che si sono voluti poco sopra evidenziare sembrano, inoltre, essere suggestionati dalla conoscenza di un altro ritrattista d'eccezione italiano quel Giovanni Boldini che la storia dell'arte del nostro paese annovera tra i maggiori esponenti del ritrattiamo "alla moda" tra Ottocento e Novecento.
La pennellata briosa e guizzante di boldiniana memoria accompagna e sostanzia in se tutti i ritratti di Markos realizzati nel corso degli anni Sessanta e Settanta così come certo gusto per il particolare elegante e raffinato. Ne sono una vivida testimonianza opere come Il ritratto di Sandra, Roberto e Paola del 1964 o quello di Blandina Clocchiatti del 1969 in cui la forza espressiva del volto della giovane donna polarizza l'attenzione dello spettatore attraverso lo sguardo deciso e quasi magnetico dell'effigiata.
Di poco precedente e, invece, il Ritratto del cardinale Antoniutti (Udine, curia Arcivescovile), portato a termine dall'autore nel 1967, in occasione di un suo ennesimo soggiorno udinese. In questo caso la pennellata indulge nel descrivere con maggiore attenzione i dettagli della veste del porporato la cui effigie pare condividere quasi lo stesso spazio vitale dello spettatore. Il tutto senza ricorso ad alcun disegno preparatorio sulla tela grezza ove la raffigurazione si impone solo con la viva forza del colore.
Ciò non significa che Markos non fosse anche un instancabile disegnatore, tutt'altro. Molte collezioni private friulane conservano i suoi schizzi, perlopiù a penna, in cui con un tratto sicuro e senza ripensamenti egli tracciava piccoli studi di figure, di volti, di particolari ambientali che riutilizzava in seguito nelle composizioni di più ampio respiro.
Si tratta però di appunti stesi velocemente per fermare l'impressione di un attimo e che mai furono intesi come una vera e propria fase preparatoria della sua pittura. Spesso, anzi, essi vengono ad assumere valore pienamente autonomo come nel caso del Ritratto di bambina del 1972, ottenuto ricorrendo alla tecnica abbreviata dei gessetti su carta, in cui il viso paffuttello della neonata sembra "sbocciare" dall'intrico dei segni che evocano lo sfondo.
La stessa notevole abilità nel rendere attraverso i tratti del volto la personalità del ritrattato si coglie nel cordiale Ritratto di Attí1io Madrisotti risalente al 1975 in cui sul fondo del dipinto, giocato su gamme cromatiche che richiamano la calda luminosità degli incarnati, Markos fissa l'immagine del cognato, costruita dal ricomporsi improvviso di pennellate materiche, ricche di luce e di impasto.
Se una serie di volti e di personaggi affollano i frequenti periodi di permanenza friulana dell'artista ungherese, non si deve dimenticare che in quello stesso torno di tempo egli conduceva, con successo, anche la propria attività negli Stati Uniti dove ai numerosi ritratti egli andava affiancando grandi composizioni ispirate all'epopea americana del Far West.
Nel 1975, infatti, il Governatore del Texas gli commissionò l'esecuzione di un enorme dipinto raffigurante l'Assedío di Fort Alamo, composizione orchestrata su una "folla" di 112 figure, ritratte nelle più diverse posture a ricostruire visivamente i gloriosi eventi di quella parte di storia americana che riguarda la conquista dei territori occidentali del continente.
Il quadro fu completato solo nel 1983, ma riscosse subito il più ampio successo di critica e di pubblico, tanto da far giungere anche oltreoceano gli echi della popolarità conseguita ormai da Markos nella sua nuova patria d'adozione.
A quell'epoca risalgono alcune serie di opere ispirate alla vita dei pionieri americani, popolate di pellerossa e cow boy, tele piuttosto manierate nella loro esecuzione, ma di sicura fortuna presso il gusto dei collezionisti americani che non esitarono ad appropriarsene.
Nonostante i numerosissimi impegni l'artista continuò a dedicarsi anche all'insegnamento nella scuola di pittura da lui stesso fondata. Nel corso dei suoi rientri in Friuli, inoltre, egli riuscì a mantenere vivi i rapporti di committenza che sempre lo legarono alla nostra terra.
Accanto ai ritratti la sua produzione degli anni Ottanta si attestò sul recupero di tematiche paesaggistiche o di soggetti popolareschi che conservano i colori e le suggestioni della natia Ungheria, si trattasse di raffigurare contadini al lavoro nel campi o scenette di vita quotidiana Markos non abbandonò mai la sua pennellata vibrante di luce e di colore che conferisce alle sue composizioni un valore estremamente pittoresco.
La corsiva definizione dell'immagine tende ad accentuarsi negli ultimi anni della sua attività diluendo le vivaci cromie del periodo precedente ed impoverendo la tavolozza che approda a gamme coloristiche argentee e soffuse come nel caso del Ritratto di Dino Tesin eseguito nel 1989 e ancor più nel dipinto raffigurante una Coppia in un interno. In quest'ultimo caso le tonalità brillanti dell'abito della donna sembrano liquefarsi al contatto con la luce che sfrangia e corrode i contorni per liberarli dalla pesantezza della massa e dei volumi fino a giungere ad una resa ormai scopertamente bidimensionale della visione e quindi dell'immagine.
Procaci zingare, floridi nudi femminili, cavalli al pascolo nelle sconfinate praterie ungheresi sono i soggetti più frequentati dell'ultima attività di Markos che chiuse la sua carriera artistica lì dove l'aveva cominciata: in Friuli con una esposizione allestita in una galleria d'arte pordenonese, a pochi mesi dalla morte.
Della sua copiosa attività friulana molto ancora oggi rimane, della sua personalità conserviamo il ricordo in quanti l'hanno conosciuto e apprezzato per le sue innegabili doti artistiche. e umane, ma soprattutto conserviamo ancora la bellezza di quelle emozioni a colori che con la sua pittura egli ha saputo raccontarci.