Arroccati equilibri, instabili e precari, privi di una solida base rischiano di incrinarsi e di far crollare tutto.
Società intere affidate alla responsabilità di pochi sassi disorientati e di pietre traballanti.
Gerarchie sociali simboleggiate dai colori dei tetti, dalle ciminiere e dai fiori alle finestre, mari sconfinati e soleggiati deserti da cui nascono isole verticali, collegate da esili ponti, abbandonati a se stessi e senza fine.
Poi richiami alla classicità, alla nostalgia del profumo del grano appena tagliato, al lento alternarsi delle stagioni, alla sana vita agreste: ai tempi che furono.
Nelle città di Bassi, la sospensione temporale metafisica è unita a richiami surreali, luogo e intima visione della mente, che ben poco spazio riserva all’essere umano.
Questo compare raramente ed i suoi sguardi di incredula rassegnazione e di impotenza, dinanzi a tanto rifiuto e immondizia urbana, prodotto di una società fittizia e apparente, in cui tanto si mostra e nulla si possiede, ci riflettono e ci appartengono intrinsecamente.
Ed ecco che le città affondano dentro se stesse, ridotte a ghetti vuoti, ma ben distinti e inesorabilmente come automi si moltiplicano.
Le costruzioni richiamano alla mente favole e portano magia, l’atmosfera è quella del sogno, dell’allucinazione e della visione che si prova in assenza di una fonte d’acqua fresca, isolati in un deserto ardente o forse in una società alienante e scollegata, in cui satira e ironia suggeriscono di fermarsi e interrogarsi se tale scenario ci è veramente così estraneo e lontano o se è già di fronte a noi?
Elisabetta Milan |