La voce di Pietro Fantini scivola leggera sul verde delle sue tele, con il pudore e la riservatezza di chi schiude al mondo un vergine segreto, trasforma da segno in parola i capisaldi della sua poetica.
Provo ad ascoltare la pacata narrazione ma devo cedere al richiamo irresistibile che forme e colori sanno suscitare in me. Non basta il manto rosso/verde cobalto a trattenere il vorticoso di muscoli e sangue, energia e tormento; uomini e bestie gridano dolore e rabbia consapevoli d’essere solo riflesso del divino.
Potenza, bellezza e umana perfezione tutto possono tranne vincere l’assoluto che le ha generate. Ciò che è terreno deve restare tale; compiacersi d’essere espressione alta e sublime di una più grande volontà. A nulla servono rosse passioni: v’è più saggezza nel contemplare il limite. Mito e storia, religione e tradizione in fondo questo dicono.
Ma oggi la lezione pare dimenticata, i valori caduti. L’uomo, che solo in essi trova ragione e sopravvivenza, è ora sordo e distratto. Serve a poco anche l’anelito a una donna/icona carnale e insieme diafana o all’amore che tutto redime.
Fantini scrive con plastica evidenza una morale che prelude a nuova Rinascita.
Giacomo Buliani: prefazione al catalogo
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